“Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson – Recensione

il-filo-nascostoGli ultimi film di Paul Thomas Anderson hanno spesso messo in scena il conflitto frontale di caratteri contrapposti. È successo con il celebrato Il petroliere. È successo con l’altrettanto celebrato The Master. Accade ora anche con Il filo nascosto. Al di là dell’alto magistero linguistico (Anderson è tra i pochi veri, grandi registi del nostro tempo), devo confessare di non aver amato fino in fondo i primi due titoli (un po’ avviluppati su se stessi), non quanto almeno i film precedenti del cineasta californiano: Boogie Nights, Magnolia e soprattutto Ubriaco d’amore, film largamente sottovalutato e frainteso. Ma la scintilla si è di nuovo ravvivata davanti a questo Filo nascosto fascinoso e insinuante. Un’insolita, sconcertante love story come era già Ubriaco d’amore, ma di segno opposto: disforica anziché euforica, fitta di penombre anziché colorata, lenta e pacata nel ritmo anziché isterica e tambureggiante, intrecciata di silenzi e sussurri anziché rumoreggiante.

Daniel Day-Lewis (già nel Petroliere e ancora una volta gigantesco: sarà davvero il suo addio definitivo al cinema?) è Reynolds Woodcock, raffinato e ricercato sarto-stilista nella Londra degli anni cinquanta. Ossessionato dal controllo, perfezionista nel lavoro, amante della solitudine e della routine, vive con la sorella Cyril (Lesley Manville), sua assistente e confidente. Scapolo impenitente, considera le relazioni sentimentali temporanee, accessorie, strumentali, finché non entra nella sua vita la giovane cameriera Alma (Vicky Krieps), nuova musa-amante solo all’apparenza manipolabile come le altre.

Immerso in una colonna sonora a tappeto, dove lo score di Jonny Grennwood si mescola al repertorio di Fauré, Debussy, Brahms, Schubert, e illuminato dalla luce – soffusa, a mezze tinte, che ama il candore del giorno ma non arretra di fronte alla profondità della notte – dello stesso Anderson (qui non solo sceneggiatore e regista, ma anche direttore della fotografia: Il filo nascosto è la sua opera più personale, più intima?), il film procede a piccoli passi narrativi di apparente minimalismo, si muove per suggestioni e anfratti, si fa elegante senza mai essere virtuosistico, scandaglia con il bisturi una storia d’amore dai riverberi fortemente chiaroscurali e dall’andamento imprevedibile. Le premesse vengono progressivamente ribaltate, lo sguardo affonda nei rimossi della coscienza, la relazione si ammanta di connotati sadomasochistici, complice il rituale – psichico, viscerale, erotico – di un piatto a base di funghi avvelenati, qui assai distanti dall’uso che ne viene fatto in L’inganno di Sofia Coppola e ancor di più nel capolavoro che lo precede, La notte brava del soldato Jonathan di Don Siegel.

Più che nascosto, il filo è fantasma, come suggerisce il titolo originale: il respiro di questo Phantom Thread ha la naturalezza di un racconto d’altri tempi e la vischiosità di una favola torbida.